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La Regione Ticino, 18.02.2009, Armando Donati

Per il parco, lasciamoli lavorare in pace

Ho letto l’articolo di Fabio Giacomazzi e Pippo Gianoni dal titolo ‘Ecco perché non conviene puntare su un parco regionale’ pubblicato sui quotidiani ticinesi sabato scorso. Siccome l’articolo non è stato scritto in questi giorni per caso, vorrei esprimere qualche considerazione anch’io. Innanzitutto vorrei invitare i due operatori e i membri del Consiglio del parco a essere realisti.
Obiettivamente la proposta di parco nazionale, almeno in Valmaggia, raccoglie sempre meno consensi. Campo Vallemaggia e Cerentino, su decisione assembleare, hanno ritirato la loro adesione mentre Cevio è in attesa e non sembra che tiri buon vento.
Spero che anche i miei interlocutori siano d’accordo sul principio che sarebbe eticamente scorretto imporre un progetto di parco a chi non lo vuole.
Perciò, anche se Confederazione e Cantone approvassero il progetto presentato, dove potrà mai essere realizzato il parco nazionale? Basteranno le Centovalli, la Val Onsernone e le enclavi di Bosco Gurin e Linescio?
In occasione della serata informativa del 2 aprile 2007 a Cavergno, dopo aver letto e riletto la Legge sulla protezione della natura e l’Ordinanza sui parchi, avevo chiesto come mai non si optava per un parco regionale piuttosto che per uno nazionale. Leggendo gli atti citati e il relativo rapporto ero giunto alla convinzione che per il nostro territorio il parco nazionale non era proponibile mentre un parco regionale avrebbe potuto essere un’occasione molto interessante per coordinare e incrementare i progetti di valorizzazione dei nostri prodotti e del nostro territorio già in atto. Dopo le catastrofiche serate di Cevio e Cerentino avevo proposto ai dirigenti del progetto di concedersi una pausa di riflessione e di valutare seriamente l’abbandono del parco nazionale per imboccare la strada del parco regionale o almeno di approfondire entrambe le varianti.
Si è deciso di continuare, forse anche un po’ caparbiamente, sulla prima idea cercando di chiedere alla Confederazione di modificare l’Ordinanza in  base alle esigenze del Locarnese e alle critiche che erano state sollevate. Qualche cosina è stata cambiata, ma dato che la Legge sulla protezione della natura definisce un parco nazionale “un vasto territorio che offre spazi vitali intatti alla fauna e alla flora indigene e promuove lo sviluppo naturale del paesaggio” l’Ordinanza e qualsiasi progetto di parco, anche se ci mettessimo tutti in ginocchio a implorare, non potrà mai scostarsi da questo principio.
Per diversi progetti importanti si studiano due o più varianti. Nonostante si avesse a disposizione oltre un milione di franchi, si è preferito ostinarsi su un’unica opzione. È vero, come si legge nell’articolo, che un parco nazionale, siccome unico, avrebbe maggiori ricadute di carattere economico e finanziario su tutta la regione (anche per il Locarnese quindi), ma io sostengo che è meglio un parco regionale, più modesto, ma accolto e fatto proprio dalla gente che vi abita rispetto a un parco nazionale, estraneo dalla nostra realtà e quindi non accettato.
La constatazione che finora, in Svizzera, sono in fase di realizzazione diversi parchi regionali mentre gli unici due parchi nazionali rimasti in corsa, non riescono a incontrare consensi, dovrebbe farci riflettere. E questo nonostante tutte le facilitazioni che la Confederazione e Pro Natura (previsto un milione di franchi a chi realizzerà un parco nazionale) hanno offerto. Possibile che gli altri siano tutti degli sprovveduti? Non è corretto, invece, come si dice nell’articolo e come si continua a ripetere che “le regole che ci si darà per gestire questo territorio non saranno delle imposizioni”. Come per tutto il nostro modo di organizzare la vita civile, se si vorrà realizzare un parco occorrerà rispettare le regole che altri (in questo caso Camere federali e Consiglio federale) hanno ideato e non si potrà quindi creare un parco a misura dei valmaggesi. In quanto poi all’idea che fra 4 anni sarà la popolazione a decidere, non voglio pensare alla pressione psicologica che vi sarà dopo anni di studi e progetti già realizzati, dopo milioni già spesi.  Potrà essere un voto libero e democratico?
La conclusione per me è una sola. Prima di sostenere che non conviene puntare su un parco regionale, lasciamo che coloro che hanno avuto il coraggio di creare un gruppo di lavoro per realizzare lo studio di fattibilità di un parco regionale della Vallemaggia, possano lavorare in pace. Almeno tra Valmaggesi non facciamoci la forca. Spero che fra alcuni mesi, forse un anno, si possa avere anche uno studio serio su un parco regionale realizzato con il coinvolgimento della popolazione interessata. A quel momento sarà possibile anche confrontarsi e decidere con maggiore cognizione di causa. La peggior cosa che ci potrebbe capitare – l’avevo già affermato due anni fa a Cavergno – è che dopo anni di illusioni, di studi e di dibattiti e dopo aver speso oltre un milione, non si giunga a nessuna realizzazione: né un parco nazionale poiché non accettato dalla popolazione né un parco regionale poiché boicottato dalle autorità e dagli operatori del primo progetto.